Quando si parla di vitigni resistenti, il rischio è fermarsi alla superficie: meno trattamenti, meno impatto ambientale, più sostenibilità.
Tutto vero. Ma per Nicola Biasi, enologo tra i principali interpreti italiani del mondo PIWI, questo racconto oggi non basta più.
La questione decisiva non è dimostrare che queste varietà siano utili all’ambiente, ma che possano dare vita a vini capaci di competere,
per qualità e identità, con quelli ottenuti dai vitigni tradizionali. I dati, spiega, parlano già con chiarezza: studi come quello condotto da Albafiorita evidenziano «una riduzione del 38% delle emissioni di CO2 e fino al 70% del consumo d’acqua». Per questo, secondo l’enologo, la vera partita si gioca altrove: in cantina, nella capacità di interpretare correttamente queste varietà senza timori, pregiudizi o scorciatoie.
«È grazie ad anni di ricerca che riusciamo a mettere in bottiglia vini pluripremiati che non hanno nulla da invidiare ai tradizionali».
Il lavoro di Biasi sui vitigni resistenti infatti non nasce da una semplice adesione a una tendenza “green”, ma da un progetto strutturato. Con la rete Resistenti Nicola Biasi, l’enologo porta avanti da anni un’attività di studio e sperimentazione dedicata al comportamento delle varietà PIWI. «Con la rete Resistenti Nicola Biasi da anni studiamo, attraverso delle nanovinificazioni, il comportamento fermentativo delle varietà resistenti in diverse condizioni di temperatura, torbidità, nutrizione», racconta.
La qualità, secondo lui, resta il vero criterio di giudizio. Il consumatore può essere incuriosito
dalla sostenibilità, ma torna su un vino solo se lo trova buono, equilibrato, convincente.
Biasi invita anche a superare un equivoco ancora molto diffuso: i PIWI non sono OGM. Sono il
risultato di incroci naturali ottenuti per impollinazione tra specie diverse di vite. Eppure, questa
distinzione fatica ancora a imporsi, anche tra gli addetti ai lavori. Per l’enologo, il problema è
culturale: «Tutto ciò che è nuovo tende a generare diffidenza, soprattutto in un settore fortemente legato
alla tradizione come quello del vino». In alcuni casi, aggiunge, la confusione diventa «una comoda
giustificazione»: le novità spaventano e si cercano motivi per evitarle, invece di comprenderle
davvero.
I benefici in vigneto sono evidenti. La riduzione dei trattamenti fitosanitari comporta meno
passaggi con i mezzi agricoli, minori consumi di gasolio, meno emissioni di CO2
, minor
compattamento dei suoli e una gestione più sicura per gli operatori. La sostenibilità non
sostituisce il lavoro dell’uomo; semmai lo rende ancora più consapevole. «La qualità del risultato
finale dipende comunque dalle scelte agronomiche ed enologiche, dall’uomo».
Nel suo approccio, i PIWI non sono una categoria indistinta. Souvignier Gris, Johanniter,
Bronner, Soreli, Solaris, Cabernet Eidos e Cabernet Cortis sono varietà profondamente diverse
tra loro, proprio come lo sono Merlot, Sangiovese o Teroldego. «Anche tra i PIWI esistono differenze
marcate in termini di profilo aromatico, struttura e comportamento enologico», sottolinea Biasi. Per
questo, la strada non può essere quella della standardizzazione, ma della conoscenza: «Il punto
non è tanto classificare, ma imparare a conoscerli e soprattutto a vinificarli correttamente per esaltare il
territorio dove vengono coltivati».
Tra le varietà più promettenti, l’enologo individua nel Souvignier Gris un esempio
particolarmente significativo. È un vitigno versatile, capace di mantenere acidità anche con
maturazioni zuccherine importanti e adatto a interpretazioni diverse, dagli spumanti alle
macerazioni. «Questo vitigno rappresenta bene uno stile contemporaneo e moderno, in grado di
rispondere alle esigenze stilistiche attuali» afferma.
Il progetto Resistenti Nicola Biasi diventa quindi un laboratorio di visione: studiare i vitigni
resistenti non per contrapporli alla tradizione, ma per inserirli in una nuova idea di qualità.
Una qualità che tiene insieme territorio, sostenibilità, tecnica e piacere di beva. Non basta che
un vino sia meno impattante; deve essere anche convincente nel bicchiere. È su questo punto
che Biasi insiste con maggiore forza: «Bisogna prima di tutto fare vini buoni, convincenti, capaci di
parlare al consumatore».
Anche rispetto alle denominazioni, la sua posizione è chiara. L’introduzione di piccole
percentuali di vitigni resistenti non dovrebbe essere vista come una minaccia all’identità di una
DOC o DOCG. Al contrario, un territorio forte dovrebbe saper assorbire innovazioni mirate senza
perdere riconoscibilità. «Se una denominazione teme che l’introduzione di una piccola percentuale di un
vitigno resistente — ad esempio un 10-15% — possa snaturare lo stile del vino, allora forse la sua identità
non è così solida come si pensa», osserva Biasi.
Il futuro dei PIWI, dunque, non dipende solo dalla normativa o dalla disponibilità vivaistica.
Dipende soprattutto dalla fiducia dei produttori e dalla capacità di cambiare prospettiva. In
Italia, secondo Biasi, il freno principale resta culturale: «Siamo più legati e fedeli al vitigno che con
il territorio e questo rende più difficile accettare il cambiamento». Ma il vitigno, insiste, dovrebbe essere
considerato «un mezzo e non un fine»: uno strumento per esprimere al meglio il territorio, oggi
anche in chiave di maggiore sostenibilità.
La rivoluzione, quindi, non è semplicemente piantare vitigni resistenti. È conoscerli, studiarli,
interpretarli. Ed è proprio qui che il lavoro di Nicola Biasi assume un ruolo centrale: trasformare
i PIWI da promessa agronomica a progetto enologico compiuto.
La rete Resistenti Nicola Biasi sarà protagonista dell’evento “Born to Resist”, lunedì 18
maggio a Milano.


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