Protagonista quest’anno a Vinitaly è stato “Amarone della Valpolicella Classico DOCG Vaio Armaron Serego Alighieri” un vino capace di raccontare più di cinquant’anni di collaborazione tra Masi Agricola, produttore leader di Amarone, che da sempre interpreta con passione i valori delle Venezie, e la famiglia Serego Alighieri. Amarone della Valpolicella Classico DOCG Vaio Armaron Serego Alighieri è l’iconico vino che nasce dall’omonimo vigneto in Valpolicella Classica nelle tenute dei Conti Serego Alighieri, discendenti di Dante.
Durante una Master class, a lui dedicata, Raffaele Boscaini, Coordinatore del Gruppo Tecnico Masi, ha posto l’accento sul valore di oltre cinquant’anni di storia condivisa: un sodalizio nato nel 1973, che vede la famiglia Boscaini, proprietaria di Masi con il suo Gruppo Tecnico, affiancare i Conti Serego Alighieri nella produzione di vini prestigiosi, condividendo un profondo legame con il territorio e dando vita a un rapporto solido, capace di unire tradizione nobiliare e competenza imprenditoriale.
Protagonista una verticale attraverso cinque decenni, dal 1979 al 2017, pensata per mostrare come un grande Amarone possa evolvere nel tempo mantenendo riconoscibile la propria identità.
Masi Agricola
Nel 2022, Masi Agricola, ha celebrato la 250° vendemmia ricordando le origini della famiglia Boscaini nel vigneto del “Vaio dei Masi”, nel cuore della Valpolicella Classica (1772-2022). Masi vanta un’expertise riconosciuta nella tecnica dell’appassimento, praticata fin dai tempi degli antichi Romani, per concentrare colore, zuccheri, aromi e tannini nel vino, ed è uno degli interpreti storici dell’Amarone. Il suo presidente, Sandro Boscaini, rappresenta la sesta generazione della famiglia che ha contribuito a creare con questo vino un’eccellenza italiana. Oggi Masi Agricola vanta, con sei diversi Amaroni, la gamma più ampia e qualificata proposta al mercato internazionale.
Il vino come opera d’arte
Nel saluto istituzionale, la padrona di casa amministratore delegato di Veronafiere, Barbara Ferro, ricorda come il mondo del vino sia stato frequentemente accostato a quello dell’arte. Un paragone particolarmente efficace perché, come un’opera d’arte, anche un vino può essere interpretato attraverso molteplici chiavi di lettura.
C’è l’aspetto tecnico e produttivo, quello storico e culturale, ma anche quello estetico, narrativo ed emozionale. Ogni degustazione diventa così un’esperienza irripetibile: il vino passa attraverso l’olfatto, il gusto, le emozioni e le persone con cui viene condiviso.
Ed è proprio questa molteplicità di letture che ha caratterizzato la degustazione di Vaio Armaron, affidata all’enologa e wine communicator Sissi Baratella, al professor Lucio Brancadoro, consulente viticolo del Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali – Produzione, Territorio, Agroenergia (DiSAA) dell’Università degli Studi di Milano, al direttore tecnico di Masi, l’enologo Andrea Dal Cin e ad Andrea Tella Enologo presso Masi e responsabile della Cantina Serego Alighieri.
Bello e figo: quando un vino fa la differenza
Sissi Baratella ha scelto un approccio originale, distinguendo tra ciò che è “bello” e ciò che è “figo” prendendo in prestito una celebre massima di Lupo Alberto: “Belli si nasce e fighi si diventa”. L’Amarone della Valpolicella è, sicuramente, un vino “bello”: ha struttura, storia, capacità di evolvere nel tempo, nasce dall’unione di più vitigni e da una tecnica, quella dell’appassimento, che in Valpolicella è storicamente padroneggiata con perizia indiscussa e che lo rende unico. Il successo di Masi e dei suoi Amarone è testimoniato dai numerosissimi importatori che li hanno fatti conoscere e apprezzare in tutto il mondo. A confermarlo, anche una sala piena.
Ma Vaio Armaron ha qualcosa in più, è anche “figo”. A renderlo tale sono vari elementi di originalità: l’espressione autentica del territorio, di un unico vigneto, un cru, particolarmente vocato, dalla forte personalità, di alta collina con i suoi terrazzamenti, i muretti a secco, la coltivazione a pergola e le peculiari condizioni pedoclimatiche; la tecnica dell’appassimento che richiede grandissima maestria ed artigianalità; il contributo del sapiente affinamento in legno, che avviene nelle storiche cantine risalenti al XIV secolo, con l’utilizzo del tradizionale fusto veronese da 600 litri in ciliegio, capace di esaltare il tipico sentore di ciliegia già conferito dalla Corvina e, da ultimo, ma non meno importante, l’impiego della “Molinara clone Serego Alighieri”.
Quest’ultima rappresenta un elemento particolarmente identitario. Non si tratta infatti di una Molinara qualsiasi, ma di un clone denominato Serego Alighieri, ottenuto dal materiale genetico di una vigna molto antica, di circa 150 anni, sopravvissuta alla filossera grazie alla protezione delle mura storiche che cingono il brolo. “Per 150 anni – enuncia Sissi Baratella – questa vigna franca di piede ha continuato non solo a vivere, ma anche ad essere produttiva, ha il coraggio ancora di produrre e da lì deriva un materiale genetico unico; quindi capite che l’unicità è sicuramente una delle caratteristiche che lo rende non solo bello ma davvero un gran figo”.
La Molinara, un patrimonio da preservare
Uno dei momenti centrali dell’incontro è stato dedicato alla Molinara, oggi un vitigno estremamente raro in Valpolicella.
Come ha spiegato il professor Lucio Brancadoro, questa varietà, che rappresenta ormai soltanto una piccola percentuale, circa il 2%, del vigneto della denominazione, deve il suo nome alla caratteristica pruina che ricopre la buccia degli acini, dando all’uva un aspetto “infarinato”, come se fosse passata da un molino. Questa sostanza svolge anche un’importante funzione fisiologica, perché contribuisce a proteggere l’acino dalla radiazione solare e dalle alte temperature, rendendola particolarmente adatta alle condizioni imposte dall’attuale cambiamento climatico. Inoltre, ha la capacità di maturare in modo ottimale senza compromettere le proprie caratteristiche sensoriali.
La Molinara presenta, inoltre, grappoli spargoli e buccia spessa, caratteristiche particolarmente adatte all’appassimento. È una varietà che non tende ad accumulare quantità elevate di zuccheri, ma offre buona acidità e una marcata componente sapida e minerale. Uno dei suoi sinonimi è uva salata (ua salà in dialetto) ed è proprio questa sapidità, questa nota minerale particolarmente importante, uno degli elementi più ricercati nei vini moderni.
Il “clone Serego Alighieri” rappresenta, in questo senso, un patrimonio genetico particolarmente prezioso. Il concetto di clone non riguarda semplicemente una copia della varietà, ma anche il risultato dell’adattamento della pianta al proprio ambiente che accende e spegne alcuni geni che sono presenti nel genoma di ciascuna varietà. Quindi è il risultato dell’adattamento di quel clone specifico a quel determinato ambiente. “Avere un clone tipico di quel luogo, di quel posto – spiega Lucio Brancadoro – vuol dire avere un clone che è particolarmente adatto a quell’ambiente, e sopratutto unico. Se prima parlavamo di unicità, questo rende ancora più unica la Molinara Serego Alighieri, perché non è una Molinara qualsiasi, ma è la Molinara di quell’ambiente. Per cui, direi che è un connubio perfetto. Da una parte abbiamo una varietà che presenta caratteristiche tali da poter produrre vini estremamente moderni, di interesse, che ben risponde alle attuali condizioni pedoclimatiche in cui si lavora, e, dall’altra questa unicità ancora più spiccata data dal fatto che si lavora con un clone del luogo, un clone che si è sviluppato adattandosi perfettamente all’ambiente di coltivazione”.
L’appassimento: una tecnica, una cultura
L’appassimento rappresenta uno dei tratti distintivi dell’Amarone e, nel caso di Vaio Armaron, viene condotto seguendo una tradizione particolarmente rigorosa. I grappoli vengono ancora adagiati, sulle canne di bambù, all’interno della villa. Per questa significativa differenziazione a livello produttivo va riconosciuto il merito a Serego Alighieri, che ha sempre portato avanti questa tecnica senza mai modificarla. Durante l’appassimento, questi supporti naturali in canna favoriscono una disidratazione molto lenta e permettono lo sviluppo della Botrytis nella sua forma nobile, che contribuisce a conferire maggiore volume al vino.
Il ruolo del ciliegio
Un elemento sicuramente caratterizzante di Vaio Armaron è l’affinamento in botti di ciliegio.
Il ciliegio, coltivato per i suoi frutti, appartiene alla storia agricola della Valpolicella e ne rappresenta uno degli elementi tradizionali, insieme alla vite e al marmo. È un legno disponibile, che fa parte della cultura del territorio, ma il suo utilizzo non è soltanto simbolico.
Il legno di ciliegio ha un pregio che è anche un difetto: è molto poroso, quindi, consente un abbondante passaggio di ossigeno nel vino. Questo favorisce la maturazione del vino, contribuendo ad ammorbidire i tannini e a sviluppare le componenti aromatiche, concentrando, tra l’altro, le note fruttate di ciliegia, ma dev’essere gestito e controllato con precisione dagli enologi. Un’eccessiva ossigenazione potrebbe accelerare troppo l’evoluzione riducendo notevolmente la longevità dei vini. Per questo il ruolo dell’enologo diventa determinante nel dosarlo con il giusto equilibrio. Mantenere gli aspetti positivi, quindi la microossigenazione per dare morbidezza, l’aspetto sensoriale del frutto, però dall’altro lato contenerlo, quindi evitare di fare vini troppo ossidati.
Cinque annate in rappresentanza di altrettanti decenni
La degustazione verticale ha permesso di percorrere non solo la sorprendente evoluzione di questo Amarone unico, ma anche i ritocchi di stile avvenuti negli anni.
Vaio Armaron 1979: la straordinaria longevità della prima annata prodotta
Nonostante le tonalità granate si dimostra sorprendentemente vibrante e in forma. La liquirizia iniziale e le note dominanti di frutta secca ed erbe aromatiche essiccate non coprono completamente la frutta, la tipica ciliegia, anche se non più croccante.
Un fascino decisamente antico, con tannino vellutato, ma ancora ben presente, e una sorprendente freschezza che mantiene l’equilibrio del sorso di notevole eleganza.
A quasi mezzo secolo dalla vendemmia, il vino ha dimostrato una capacità di conservazione straordinaria.
Vaio Armaron 1988: una piacevole emozione per il palato
Nel 1988, in primavera, si sono persi numerosi fiori con la generazione di grappoli particolarmente spargoli, perfetti per l’appassimento. La natura stessa ha suggerito che vino fare. Subito si nota la maggiore intensità cromatica e la sorprendente luminosità.
Sensazioni balsamiche, botaniche di alloro, al palato la componente agrumata dell’arancia sanguinella conferisce particolare succulenza al volume importante dato dall’appassimento con il contributo della nobile botrytis cinerea.
Vaio Armaron 1997: l’annata del secolo
Il 1997 è stato descritto come una delle grandi annate per il vino italiano.
Un’annata calda e asciutta, capace di produrre vini potenti e concentrati. La glicerina sviluppata dalla botrytis, insieme alla concentrazione del frutto, dona un’illusione di dolcezza in un vino completamente secco, privo di zucchero residuo.
Con le sue note calde di cacao amaro ed erbe aromatiche testimonia la lungimiranza della scelta stilistica perseguita da decenni, di produrre un Amarone completamente secco già molto prima che questo pensiero diventasse una tendenza contemporanea in tutta la Valpolicella.
Vaio Armaron 2008: l’eleganza del profilo ossidativo del legno di ciliegio
Un’annata che ha folgorato Wine Spectator che ha fatto entrare questo vino, l’unico da sempre per il Triveneto, fra i top ten nel 2015.
Un profilo meno austero, più accogliente rispetto alle altre annate, grazie all’impiego delle botti di ciliegio. La loro bivalenza si esprime in note balsamiche da una parte e ciliegia matura dall’altra che diventa, anche sotto spirito, calda e complessa in una percezione complessiva di nobiltà e dolcezza.
Vaio Armaron 2017: nervosità e concentrazione, gioventù e lunga prospettiva di evoluzione
L’annata è stata segnata da gelate tardive, un evento rarissimo che ha colpito soprattutto le zone più basse dei vigneti mentre le parcelle collinari hanno beneficiato di maggiore protezione. La successiva assenza di piogge nel periodo di vendemmia ha permesso di portare in cantina uve perfettamente sane.
Nel calice il 2017 si è mostrato ancora dominato dagli aromi primari, frutto fragrante e note floreali affiancate dalla tostatura data dal legno e dai caratteri di frutta matura e morbidezza, conferiti dall’appassimento. Questa gioventù nervosa, insieme alla grande struttura crea i presupposti per una notevole capacità di evolvere; con il tempo i suoi spigoli verranno smussati e troverà maggiore armonia.
Questa verticale ha dimostrato quanto questo vino sia longevo e come abbia la capacità di cambiare nella sua evoluzione. Le note fruttate lasciano, piano piano, il passo a quelle balsamiche, tostate e di erbe aromatiche, in una sempre maggiore complessità.
La Molinara in purezza
A chiudere la degustazione la Molinara Serego Alighieri vinificata in purezza, un’occasione unica per apprezzare direttamente le caratteristiche di questo raro vitigno.
Un vitigno che ha incuriosito i presenti per tutta la narrazione e, finalmente, si è svelata. Di colore rosa brillante e delicato, è caratterizzato da una marcata componente sapida e da buona acidità.
L’attenzione si è concentrata sulla verticalità, sulla freschezza e sulla capacità di lasciare una sensazione minerale persistente.
Dimostrazione concreta di quanto questo vitigno, dalle rese bassissime e difficile da mantenere, possa contribuire all’identità dell’Amarone e ad aumentare la sua longevità.
La sintesi di Raffaele Boscaini: “Grazie ai suoi elementi distintivi, il Vaio Armaron ha saputo affermare e replicare, nel corso di decine di annate, un’originalità indiscutibile. La degustazione ha dimostrato la straordinaria capacità di questo vino di evolversi nel tempo, adattandosi ai cambiamenti climatici e alle nuove sensibilità del mercato. Un risultato che è anche frutto del know-how e della visione del Gruppo Tecnico, orientata a disegnare i vini del futuro. Emblematica, in questo senso, la scelta lungimirante di valorizzare la Molinara, capace di apportare acidità e salinità e contribuire a uno stile più gentile e contemporaneo”.
Sandro Boscaini, Presidente di Masi, ha aggiunto: “La vera saggezza consiste nel saper custodire ciò che di valido arriva dal passato, preservando un patrimonio unico e la sua biodiversità, evitando ogni forma di omologazione. L’eccellenza non è un risultato immediato, ma un valore che prende forma e si consolida nel tempo: un grande vino, oltre a essere buono e ben fatto, per diventare iconico deve esprimere uno stile preciso, una forte personalità e una chiara riconoscibilità, caratteristiche che nel Vaio Armaron si traducono in un’identità autentica, distintiva e coerente attraverso i decenni”.






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